1.   La confessione rafforza l'anima perché una con­fessione veramente ben fatta - la confessione di un figlio in peccato che ritorna al padre   genera sem­pre umiltà e l'umiltà è forza. Potremmo recarci alla confessione tutte le volte che vogliamo e scegliere chi vogliamo, ma non per questo sentirci incoraggiati a cercare una direzione spirituale da qualsiasi fonte. Il confessionale non è luogo per conversazioni inutili o per il pettegolezzo. L'argomento deve essere i miei peccati, il mio dolore, il perdono: come vincere le ten­tazioni, come praticare la virtù, come aumentare l'a­more di Dio.


2.   Al primo posto mettete la confessione e poi chiede­te una direzione spirituale, se lo ritenete necessario. La realtà dei miei peccati deve venire come prima co­sa. Per la maggior parte di noi vi è il pericolo di di­menticare di essere peccatori e che come peccatori dobbiamo andare alla confessione. Dobbiamo sentire il bisogno che il sangue prezioso di Cristo lavi i nostri peccati. Dobbiamo andare davanti a Dio e dirgli che siamo addolorati per tutto quello che abbiamo com­messo, che può avergli recato offesa.

3.   Una sola cosa ci è indispensabile: la confessione. Essa non è altro che un atto di umiltà. Lo chiamiamo sacramento della penitenza ma in realtà è un sacra­mento d'amore, un sacramento di perdono. Ecco per­ché la confessione non dovrebbe essere un luogo nel quale parlare per lunghe ore delle nostre difficoltà. E un luogo dove io permetto a Gesù di estirpare da me tutto ciò che divide, che distrugge. Quando c'è un vuoto tra me e Cristo, quando il mio amore è diviso, nulla può venire a colmare quel vuoto. In confessione dovremmo essere molto semplici, come i bambini. « Ecco, sono come un bambino che va dal Padre. » Se un bimbo è ancora senza malizia e non ha ancora im­parato a dire bugie, dirà ogni cosa. Questo intendo quando dico di essere come bambini. La confessione è un atto bellissimo di grande amore. Soltanto nella confessione possiamo andare come peccatori con i propri peccati e uscire come peccatori senza peccato.

4.   Occorre soltanto che la sera prima di coricarvi chiediate: « Cosa ho fatto a Gesù, oggi? Cosa ho fatto per Gesù, oggi? Cosa ho fatto con Gesù, oggi?». Vi basta guardare le vostre mani. Questo è il migliore esame di coscienza.

5.   E come troverete Gesù? Egli vi ha reso tutto così semplice! « Amatevi l'un l'altro come io vi ho amato. »Se siamo andati fuori strada, abbiamo a disposizione il sacramento stupendo della confessione. Andiamo alla confessione come peccatori pieni di peccato. Ve­niamo via dalla confessione peccatori senza peccato per merito dell'onnipotenza e della misericordia di Dio. Non occorre che ci disperiamo. Non occorre che ci suicidiamo. Non occorre che ci sentiamo scoraggia­ti... tutto questo non è necessario se abbiamo compre­so la tenerezza dell'amore di Dio. Voi siete preziosi per lui, vi ama, e vi ama così teneramente che vi ha plasmato col palmo della sua mano. Queste parole di Dio sono nelle Scritture, lo sapete. Ricordatevi che quando il vostro cuore si sente inquieto, quando il vo­stro cuore è nel dolore, quando il vostro cuore sembra spezzarsi... allora ricordatevi di questo: « Io sono pre­zioso per Lui. Mi ama. Mi ha chiamato per nome. Sono suo. Mi ama. Dio mi ama ». E per dimostrarmi il suo amore è morto sulla Croce.

6.   Una sera, un signore venne nella nostra casa e mi disse: « C'è una famiglia di indu con Otto figli, che da molto tempo non hanno da mangiare. Fate qualcosa per loro ». Presi un po' di riso e andai subito. Potei constatare sui volti dei bambini una fame tremenda. E tuttavia, quando la madre prese il riso lo divise in due porzioni ed uscì. Allorché fu di ritorno le chiesi: « Dove siete stata? Cosa avete fatto?». Ella mi diede una sola risposta: « Anche loro avevano fame ». Aveva dei vicini alla porta accanto, una famiglia musulma­na, e lei sapeva che avevano fame. Non portai dell'al­tro riso per quel giorno, perché volevo che essi speri­mentassero la gioia di donare. Non ero sorpresa che lei sentisse il desiderio di donare, ma ero sorpresa che sapesse che erano affamati. Anche noi sappiamo? Ab­biamo il tempo anche solo di sorridere a qualcuno?

7.   I poveri sono persone meravigliose. Una sera uscimmo e raccogliemmo quattro persone in strada. Una di esse era in condizioni terribili. Dissi alle So­relle: «Prendetevi cura delle altre tre, mi occuperò io di questa, che mi sembra nella situazione peggiore ». Così, feci per lei tutto quello di cui il mio amore fu capace. La misi a letto e sul suo viso c'era un sorriso così bello! Mi teneva stretta la mano e mi disse una parola soltanto: « Grazie » e mori.

8.   Non ho mai dimenticato l'occasione in cui mi capi­tò di visitare una casa dove si trovavano tutti quei vec­chi genitori di figli e figlie che li avevano messi in un istituto e poi li avevano dimenticati. Mi recai in quel luogo e potei vedere come in quella casa avessero di tutto, belle cose, ogni comodità, ma ognuno stava con lo sguardo fisso alla porta. E non ne vidi alcuno con sul volto un sorriso. Allora mi volsi alla Sorella e dis­si: « Come mai? Come mai questa gente, a cui non manca nulla, guarda sempre verso la porta? Perché non sorridono? ». Ero così abituata a vedere il sorriso sul volto della nostra gente... anche i morenti da noi sanno sorridere. Mi rispose: « Questo capita quasi ogni giorno. Stanno aspettando, sperano che un figlio o una figlia venga a trovarli ». Soffrono perché si sentono dimenticati. Ve­dete... qui ci vuole l'amore. Quel tipo di povertà c'è anche nelle nostre case, e anche quella negligenza d'amore. Forse nella nostra stessa famiglia vi è qual­cuno che si sente solo, che è in stato di sommo disagio, che si sente angosciato, e questi sono momenti difficili per ciascuno. Noi siamo lì, presenti? Ci siamo a rice­verli?

9.   I poveri sono persone assolutamente straordinarie e sono in grado di insegnarci molte belle cose. L'altro giorno uno di essi venne a ringraziarci e disse: « Voi siete persone che vi siete votate alla castità e siete per­ciò le più qualificate ad insegnarci la pianificazione familiare, poiché non c e niente più dell'autocontrollo che provenga dall'amore reciproco ». E penso che ab­bia detto qualcosa di molto bello. Queste sono persone che potrebbero anche non aver nulla da mangiare, ma sono persone degne della massima stima.

10.    I nostri figli li vogliamo, li amiamo; ma che ne è degli altri milioni di creature? Parecchie persone si preoccupano molto, molto, dei bambini indiani, dei bambini africani, dove un grosso numero muore di malnutrizione, di fame eccetera. Ma milioni d'altri muoiono per decisione delle loro stesse madri. E que­sto, oggi, può essere considerato l'elemento più di­struttore della pace. Poiché se una madre può uccide­re il proprio bambino, chi impedisce domani a me di ucciderti o a te di uccidermi? Non c'è nulla che lo vieti.

11.    Fui meravigliata di vedere in Occidente tanti gio­vani e tante ragazze darsi alla droga, e ho cercato di capirne il motivo. Perché ciò avviene? La risposta è stata: « Perché non c'era nessuno in famiglia ad acco­glierli ». Papà e mamma sono troppo occupati, non hanno più tempo. Il ragazzo se ne va per la strada e finisce per essere coinvolto in qualcosa. Parliamo di pace e sono queste cose che spezzano la pace.

12.    Una volta stavo camminando per le vie di Londra e mi capitò di vedere un uomo, tutto rannicchiato, sembrava così solo, così abbandonato. Mi chiese di chinarmi, così mi fermai, gli presi la mano, gliela strinsi, gli domandai come stava. La mia mano è sem­pre molto calda ed egli alzò lo sguardo e disse: «Oh, dopo tanto tempo, sento il calore di una mano umana, dopo tanto tempo! ». I suoi occhi brillarono e si levò a sedere. Proprio quel po' di tepore che si sprigionava da una mano umana aveva portato gioia nella sua vi­ta. Dovete fare questo genere di esperienza. Dovete tenere gli occhi ben aperti e provare.

13.    In Australia, dove operano le nostre Sorelle, an­diamo nelle case dei poveri e laviamo e facciamo le pulizie e tutto questo genere di lavori. Una volta an­dai nella casa di un uomo solo e gli chiesi: « Mi per­mettete di pulire la vostra casa?». Quegli mi rispose « Sto bene così ». E io replicai: « Starete meglio se mi lascerete farvi le pulizie ». Così mi lasciò ripulire la sua abitazione. Poi scorsi in un angolo della stanza una lampada piena di polvere. Gli domandai: « Non accendete la lampada?». Mi disse: « Per chi? Sono anni che nessuno viene mai a trovarmi... sono anni ». Allora dissi: « Accenderete la lampada, se le Sorelle vi verranno a trovare? ». Egli disse: « Sì ». Allora ripulii la lampada. Le Sorelle cominciarono ad andare a casa sua, nella sua abitazione e la lampada rimase accesa. Mi dimenticai completamente di lui. Dopo due anni ricevetti notizie da lui stesso che diceva: « Dite alla mia amica che la luce che ha acceso nella mia vita sta ancora brillando».

14.    Più il lavoro è ripugnante, maggiore dovrebbe es­sere la nostra fede e più gioiosa la nostra devozione. Che noi si senta ripugnanza è naturale ma quando riusciamo a vincerla per amore di Cristo è lì che pos­siamo raggiungere l'eroismo. Assai spesso nelle vite dei santi è accaduto che il superamento eroico di qualcosa di ripugnante è diventata la chiave per arri­vare a una grande santità. Questo fu il caso di San Francesco d'Assisi, che nell'incontrare un lebbroso, completamente sfigurato, si ritrasse, ma poi facendosi forza, baciò quel volto spaventosamente sfigurato. Il risultato fu che Francesco fu ripieno di una gioia in­dicibile. Era diventato completamente padrone di se stesso ed il lebbroso se ne andò lodando Dio per la sua guarigione.

15.   Quando ci occupiamo del malato e del bisognoso noi tocchiamo il corpo sofferente di Cristo e questo tocco ci rende eroici; ci fa scordare la ripugnanza e le tendenze naturali che sono in noi. Ci occorrono gli oc­chi di una fede profonda per vedere Cristo nel corpo mutilato e negli abiti sudici sotto i quali si nasconde il più bello dei figli dell'uomo. Ci occorrono le mani di Cristo per toccare questi corpi feriti dalla sofferenza e dal dolore.

16.   Una Sorella mi diceva che proprio due o tre setti­mane prima, a Bombay, lei ed alcune Sorelle avevano raccolto un uomo dalla strada e lo avevano portato a casa. Disponiamo di un luogo spazioso che ci è stato regalato e che noi abbiamo trasformato in una casa d'accoglienza degli incurabili. Quell'uomo venne por­tato là e le Sorelle si presero cura di lui. Lo amarono e lo trattarono con dignità. Subito si accorsero che la sua schiena non aveva più pelle né carne. Era intiera­mente mangiato. Dopo averlo lavato lo misero a letto e una Sorella mi disse che mai aveva veduto tanta gio­ia quanta ne aveva scorta sul volto di quell'uomo. Al­lora le domandai: « Cosa avete provato quando avete tolto i vermi dal suo corpo, ditemelo! ». Lei mi guardò e poi disse: « Mai avevo sentito la presenza di Cristo; non avevo mai creduto veramente alla parola di Gesù che dice: "Ero malato e voi questo l'avete fatto a me Ora la sua presenza era in quell'uomo e io la potevo vedere su quel viso ». Questo è un donò di Dio.

17.    Come sapete, abbiamo anche i nostri Fratelli che sono Missionari della Carità. Uno di essi ama i leb­brosi. In India ci stiamo prendendo cura di 49.000 lebbrosi. Questo Fratello li ama davvero. Arrivò qui un giorno, dopo che si era trovato in disaccordo con il suo superiore. Mi disse: « Amo i lebbrosi; voglio stare con loro, voglio dedicarmi ad essi, sento che la mia vo­cazione è quella di stare con i lebbrosi ». Gli dissi: « Fratello, stai commettendo un errore. La tua voca­zione non è quella di lavorare per i lebbrosi, la tua vocazione è quella di appartenere a Gesù. La tua opera per i lebbrosi è soltanto un tuo atto di amore per il Cristo; perciò non fa differenza a chi è dedicata la tua opera purché tu la compia per Lui, purché tu la faccia con Lui. Questo è quel che importa. Questa, cioè, è la completezza della tua vocazione, del tuo ap­partenere al Cristo ».

18.    Siamo i servi del povero. Dobbiamo donare al po­vero un servizio libero, sentito. Nel mondo le persone vengono pagate per il loro lavoro. Noi siamo pagati da Dio. Siamo vincolati da un voto d'amore nel servi­re il povero, nel vivere come il povero con il povero.

19.    Trattate forse i poveri come le vostre pattumiere, dandogli qualunque cosa non possiate più usare o mangiare? Non posso mangiare questo cibo, così lo darò al povero. Non mi serve più questa cosa o quel pezzo di stoffa, così la darò al povero. Mi illudo in questo modo di condividere la povertà del povero, mi identifico con il povero che servo? Sono una cosa sola con lui? Condivido con lui come Gesù ha condiviso con me?

20.    Alcune settimane fa due giovani sono venuti da noi e mi hanno dato un sacco di denaro per sfamare la mia gente. Ho detto loro: « Dove avete preso tutto quel denaro?». Mi hanno risposto: « Due giorni fa ci siamo sposati. Prima del matrimonio abbiamo preso una decisione: non ci compreremo abiti per lo sposali­zio, non faremo la festa di nozze, daremo a voi tutto il denaro ». So quanto significhi tutto questo per una fa­miglia Indu e quale grande sacrificio avevano fatto. Allora ho chiesto loro: « Ma perché l'avete fatto? ». Mi hanno risposto: « Ci amiamo talmente tanto vicen­devolmente, che abbiamo voluto condividere la gioia dell'amore con le persone che voi servite e così abbia­mo sperimentato la gioia di amare ». E dove comincia questo amore?... in famiglia. E come comincia?... con­dividendo sino a provare dolore, amando sino alla sof­ferenza.

21.  Ogni giorno cuciniamo per 9000 persone. Una volta venne una Sorella e disse: « Madre, non vi è nul­la da mangiare, nulla da dare a questa gente ». Non avevo niente da rispondere. Ma poi per le 9, quel mattino, arrivò da noi un camion pieno di pane. Il go­verno distribuisce una fetta di pane e del latte per ogni bambino povero. Quel giorno - nessuno in città capì come mai - vennero chiuse improvvisamente le scuole e tutto il pane venne portato a Madre Teresa. Vedete, fu Dio a chiudere le scuole. Non poteva la­sciare la nostra gente senza cibo. E questa fu la prima volta, penso, che in vita loro ebbero del pane così buo­no e così in abbondanza. Anche in questo modo potete vedere la tenerezza dell'amore di Dio.

22.    Un giorno, a Calcutta, venne un uomo con una ricetta e disse: « Il mio unico figlio sta morendo e que­sta medicina la si può trovare soltanto fuori dall'In-dia ». Proprio in quel momento, mentre stavamo an­cora parlando, venne un uomo con un cesto pieno di medicine e, proprio sopra a tutte, c'era il farmaco che ci occorreva. Se fosse stato sotto le altre non l'avrei scorto. Se fosse venuto prima o subito dopo, non l'a­vrei potuto vedere. Ma in quel preciso momento, tra milioni e milioni di bambini nel mondo, Dio nella sua tenerezza si era preoccupato di quel piccino che stava negli slvms di Calcutta fino a mandare, nel momento esatto, quel cesto di medicine per salvarlo. Sia lode al­la tenerezza dell'amore di Dio, poiché ogni piccolo, sia che appartenga a una famiglia ricca o a una pove­ra, è figlio di Dio, creato dal Creatore di tutte le cose.

23.    E necessario guardarsi dall'orgoglio. L'orgoglio annienta ogni cosa. Ecco perché Gesù ha detto ai suoi discepoli di essere miti e umili di cuore. Io non dissi che la contemplazione è una grossa cosa... ma di esse­re miti e umili di cuore l'uno verso l'altro. Se capite questo, capite la vostra vocazione. Vivere a questo modo costituisce la chiave per essere miti e umili.

24.    Se sei stata assegnata alle mansioni di cucina, non devi pensare che questo non richieda intelligen­za... Quello star seduti e in piedi, quell'andare innan­zi e indietro o qualsiasi altra mansione assolva, Dio non domanderà a quella Sorella quanti libri ha letto, quanti miracoli ha compiuto; ma le domanderà se ha fatto del suo meglio per amore suo. Ella potrà in tutta sincerità affermare: « Ho fatto del mio meglio ». An­che se il meglio corrisponderà a un insuccesso, questo dovrà essere il meglio che abbiamo saputo fare, il no­stro massimo.

25.    Non vi sia alcuna gloria nel vostro successo, ma attribuite tutto a Dio con il più profondo senso di gra­titudine. D'altro canto, nessun insuccesso vi scoragge­rà finché avrete coscienza di aver fatto del vostro me­glio. Umanamente parlando, se una Sorella fallisce nella sua opera siamo propensi ad attribuirlo a tutti i fattori dell'umana debolezza... non ha intelligenza, non ha saputo fare del suo meglio, eccetera. Tuttavia agli occhi di Dio non ha fallito se ha fatto tutto quan­to era capace. E, nonostante tutto, una sua coopera­trice.

26.    Non dobbiamo mai pensare di essere indispensa­bili. Dio ha le sue vie e i suoi modi... può permettere che tutto vada alla rovescia anche nelle mani della So­rella più dotata. Dio guarda soltanto il suo amore. Potreste essere distrutte dalla fatica, uccidervi anche, ma se il vostro lavoro non è intessuto d'amore è inuti­le. Dio non ha bisogno della vostra opera.

27.    Potrebbe succedere che dei ragazzini siano boc­ciati ripetutamente all'esame di religione quando si preparano alla Prima Comunione. Non scoraggiatevi. Né dovete provare tali sentimenti negativi quando cercate di salvare un matrimonio o di convertire un peccatore e non vi riuscite. Se vi scoraggiate, è un se­gno d'orgoglio, perché ciò sta a dimostrare che confi­date nelle sole vostre forze. Non vi irritate per le opi­nioni altrui. Siate umili e non vi sentirete mai ango­sciati.

28.    Oggi, che tutto è posto in discussione e ogni cosa va cambiando, facciamo ritorno a Nazaret. Gesù era venuto per redimere l'umanità, per insegnarci l'amo­re del Padre. Che strano che abbia voluto trascorrere trenta anni senza fare nulla, sprecando il proprio tempo! Senza offrire un 'occasione per mettere in evi­denza la propria personalità o le sue doti! Sappiamo che all'età di dodici anni mise a tacere i Sapienti del tempio, che sapevano tante cose e così compiutamen­te. Ma quando i suoi genitori lo ritrovarono, se ne ri­tornò a Nazaret e rimase a loro sottomesso. Per venti anni non si udì più parlare di lui, cosicché la gente era stupita quando lo vide in pubblico a pregare. Lui, il figlio del falegname, che aveva fatto il suo umile la­voro nella bottega da falegname per trenta anni!

29.    L'umiltà non è altro che la verità. « Cosa posse­diamo, che non abbiamo ricevuto? », domanda San Paolo. Se ho ricevuto ogni cosa, che merito c'è da par­te mia? Se siamo convinti di questo, non leveremo mai in alto il capo con orgoglio. Se sarete umili, nulla vi toccherà, né lodi né ignominie, poiché sapete quel che siete. Se vi vedrete biasimati non vi deprimerete, se vi chiameranno santi non vi porrete sopra un piedestal­lo. Se siete santi, rendete grazie a Dio. Se siete pecca­tori, non rimanete in questa condizione.
    
        

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